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Non c'è più un uomo completo di fronte ad un mondo completo, ma un qualche cosa di umano che si muove in un comune liquido nutritivo (R. Musil, L'uomo senza qualità)

Bridging vs. Bonding nel lavoro sociale

Non smettere di ascoltare il localista e l’individualista

ITALO DE SANDRE

Fonte: gruppoabele.org

Il lavoro sociale, a prescindere da ogni altra considerazione, è anche il gesto etico dell’assunzione della nostra insopprimibile responsabilità per la sorte e il benessere dell’Altro, di ogni Altro. Questo modello universalista di responsabilità, proposto da Massimo Cacciari nell’intervista di febbraio, è oggi in crisi, reso minoritario dall’affacciarsi di altri modelli, in particolare quello localista e quello individualista

La responsabilità di cui si parla negli ambiti di lavoro sociale è un modello di responsabilità, che possiamo dire universalista, personalista. Ma non è l’unico modello di responsabilità praticato nella nostra società.

Una società a responsabilità limitata

Ci sono infatti molte differenze nel generare e disegnare i confini della propria responsabilità, in una società che personalmente ritengo «a responsabilità limitata». Una società in cui si fanno scelte continuamente reversibili, da cui si può tornare indietro: dal lavoro flessibile (che si offre, ma si può ritirare) al consumo (dove non è richiesta nessuna fedeltà a una marca), dalle relazioni affettive (nella coppia frequentemente ognuno vive secondo il proprio individuale bilancio costi/benefici) alla religione (l’80% degli italiani si dichiara cattolico, ma pochi riconoscono di far proprie le idee della chiesa cattolica). Una società in cui la responsabilità ha un orizzonte prevalentemente corto, in termini di spazi sociali e di tempi sociali.

Il discorso diventa ancora più delicato quando leghiamo il concetto o l’esperienza di responsabilità all’idea di cittadinanza. Non possiamo ignorare che nella stessa area del volontariato c’è un’ampia parte che opera in modo «sommerso», non ha voglia di iscriversi in nessun registro pubblico, di impegnarsi con le istituzioni, talora nemmeno di collaborare con altre associazioni. Si impegna con tutta l’anima, ma al di fuori di un circuito di cittadinanza, fuori cioè da un orizzonte di impegno pubblico, nei confronti di tutti, legato a diritti e doveri generalizzati e non solo a opzioni private. Credo allora che sia assolutamente importante capire quelle che chiamo le diverse matrici di responsabilità. Nella realtà sociale io ne scorgo almeno tre ben distinguibili. Cacciari, su questa rivista, ha parlato della matrice universalista, in cui il riconoscimento dell’altro verso il quale devo assumermi una responsabilità non ha confini, perché potenzialmente ogni altro è «questo» altro. Ma questa matrice universalista non è certo quella che nella nostra società ha oggi più successo… Un’altra matrice, quella individualista, che privilegia il privato nei suoi aspetti più micro, è oggi una matrice formidabile. Paradossalmente è disponibile ad accettare tutti, incluse le disuguaglianze, perché queste hanno una loro pedagogia, una capacità selettiva, come l’ha (o dovrebbe avere) il mercato. Questa matrice di responsabilità, assai diffusa oggi, è disponibile alla filantropia. Ma noi stiamo vivendo anche un’altra matrice, quella particolarista, noi la chiameremo più amabilmente localista. Nell’orizzonte di questa matrice c’è il massimo di responsabilizzazione verso chi fa parte del Noi e il massimo di esclusione verso coloro che non si vuole facciano parte di questo Noi. Infatti, nella misura in cui uno riconosce di far parte di un Noi ben delimitato, crede di aver ragione nel non rendersi responsabile di chi non fa parte di quel suo Noi.

Si capisce allora che se io utilizzo anche solo queste tre matrici (l’universalista, l’individualista o la localista), ne conseguono assunzioni di responsabilità molto diverse. Se io sono legato al mio ethnos, perché devo occuparmi di un bambino di un’altra etnia? Se ho un’ideologia di tipo fortemente individualistico, perché devo prendermi lo stesso carico di responsabilità rispetto a dei minori che delinquono? Non sono quesiti retorici, ma interrogativi etico-politici, quanto mai attuali nella nostra società. Lanciare ponti per disarmare l’ostilità Non si può più dare per scontato che nell’interazione con le persone e con le istituzioni si trovi immediatamente una sintonia su un modello di responsabilità universalista. Nel lavoro sociale è evidente che si tratta di operare in termini di responsabilità universalista, ma un conto è operare quando anche gli interlocutori hanno questo stesso modo di pensare la responsabilità, altro – tutt’altro – è quando la pensano al contrario. L’aggravante è che nel modello di responsabilità universalista uno non può/deve mai smettere di ascoltare un individualista, o un localista, che invece lo insultano e magari incitano altri (i mass media) a farlo. Questo è uno dei problemi, anche emotivi, più gravi per gli operatori. Perché un localista può dire «io la penso così perché quello non è dei nostri! Tu la pensi in altro modo, non me n’importa nulla, anzi, anche tu operatore sei pericoloso! ». L’individualista può dire «io arrivo fino a un punto minimo di aiuto, per il resto non è affar mio!». Chi invece ha interiorizzato un modello personalista-universalista non può mai smettere di essere attento ai disagi delle persone, di qualsiasi persona. Si tratta di un nodo importante pe il lavoro sociale perché oggi la tensione tra queste matrici di responsabilità è fortissima, al limite del disprezzo reciproco. Dagli anni ’80 in poi, dagli ambienti localisti e individualisti è stato portato avanti con continuità, e immaginazione, un risentimento forte, una retorica ideologica tenace, contro il welfare: perché ti vuole controllare, perché ti prende i soldi, perché vuol dire la sua su tutto. In questo clima di risentimento e di sfiducia è difficile lavorare. Quando si lavora in un ambiente difficile, per ricostruire una fiducia che non c’è e tentare di smussare un risentimento diventato pregiudizio, per me non si può che passare per la trasparenza, la qualificazione delle azioni, il saper e il voler dar ragione di quello che si fa. Così si può fare un lavoro che sia bridging, cioè capace di «lanciare ponti», e non bonding, interessato solo a rafforzare i legami già esistenti o che fanno comodo. Invece, di solito, cosa accade? Che si utilizzi in modo distorto il cosiddetto segreto d’ufficio (pensiamo alla tutela minori), o semplicemente l’arma della chiusura, della non informazione, dell’autoreferenzialità rispetto a un contesto percepito come ostile. Si può e si deve invece cercare di disarmare i pregiudizi lavorando in trasparenza, dando conto di ciò che si sta facendo prima che gli altri lo chiedano. In definitiva, per fare un lavoro di bridging, di dialogo anche professionale, io debbo in qualche modo «consegnarmi» agli altri, fare comunicazione sociale. Per me parlare di comunicazione sociale non vuol dire tanto fare le newsletter su quello che fa la mia organizzazione, ma anzitutto avere dei rapporti con l’esterno, con la popolazione locale, tra organizzazioni, di tipo vitale e trasparente. L’obiettivo è già nel metodo con cui si lavora. Non si comunica perché si emette un comunicato stampa, ma perché si mette insieme una rete di relazioni che rende interattivo, condiviso, trasparente quello che si fa. Dopo, se c’è bisogno, si può fare anche il comunicato stampa. In questo senso, diventa oggi necessario esprimere relazioni responsabili, per continuare a sostenere il lavoro sociale in un’ottica di cittadinanza.

Italo De Sandre è docente di sociologia all’Università di Padova. Fa parte del CDA della Fondazione Zancan e da anni è nel comitato scientifico di Animazione Sociale: italo.desandre@unipd.it

Fonte: Animazione Sociale Aprile 2008

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